Ambiente e sostenibilità

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Quanto ricicla la tua azienda: l'indice che ti aiuta a misurarlo

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Quanto ricicla la tua azienda: l'indice che ti aiuta a misurarlo

"Quanto ricicla la tua azienda?" A questa domanda molte imprese rispondono con un numero: la percentuale di raccolta differenziata, le tonnellate di scarti avviate a recupero, un registro dei rifiuti tenuto in ordine. È un buon punto di partenza, ma racconta solo una parte della storia. Il riciclo, infatti, fotografa ciò che accade alla fine del processo. Non dice quanta materia vergine entra in produzione, per quanto tempo i prodotti e i macchinari mantengono il loro valore, quanto pesano energia, acqua e logistica, né se l'organizzazione ha gli strumenti per migliorare nel tempo. Per avere questa visione completa serve un riferimento diverso: l'indice di circolarità. In questo articolo vediamo cos'è, come si misura secondo la specifica tecnica UNI/TS 11820:2024 e, soprattutto, cosa ottiene concretamente un'azienda che decide di calcolarlo.

Il riciclo da solo non basta: cosa dicono i dati globali

Ogni anno il Circularity Gap Report, pubblicato da Circle Economy in collaborazione con Deloitte, misura quanto è circolare l'economia mondiale. L'edizione 2026, presentata ad aprile, cambia prospettiva: oltre a chiedersi quanta materia rientra in circolo, prova a calcolare quanto valore economico si perde con il modello lineare "estrai, produci, getta".

Un euro perso ogni tre creati

Il report introduce per la prima volta il Value Gap, cioè il valore economico che ogni anno va perso a causa di un uso lineare dei materiali e che potrebbe essere evitato. La prima stima è di 25.400 miliardi di euro l'anno (con un margine di incertezza di circa 4.700 miliardi), pari a circa il 31% del PIL mondiale. In altre parole, per ogni tre euro di valore creato nel mondo, circa uno va perso. Le perdite si concentrano in cinque aree:

  1. Scarti e inefficienze nei processi di lavorazione;
  2. Energia dispersa;
  3. Perdite e sprechi alimentari;
  4. Rifiuti a fine vita;
  5. Deterioramento prematuro di edifici, infrastrutture e macchinari.

Le voci più pesanti sono i rifiuti a fine vita, stimati in circa 10.000 miliardi di euro, e le perdite energetiche, circa 8.700 miliardi. Il report ricorda anche che dal 1970 l'uso di risorse è triplicato e che oltre la metà delle emissioni globali di gas serra deriva dall'estrazione e dalla lavorazione dei materiali: lavorare sulla circolarità significa agire anche sul clima. Eppure questa crescita non produce più rendimenti crescenti: negli ultimi dieci anni la produttività delle risorse a livello globale si è di fatto fermata, cioè si consumano più materiali senza un reale guadagno di efficienza. La conclusione degli autori è netta: la circolarità consiste nel ridurre l'uso delle risorse e nel conservarne il valore più a lungo possibile, non solo nel riciclare.

Il paradosso: si ricicla di più, ma si è meno circolari

L'edizione 2026 richiama anche l'indicatore storico del report, cioè la quota di materiali secondari sul totale di quelli che entrano nell'economia: 6,9%, ultimo valore misurato. Significa che il 93,1% dei materiali utilizzati nel mondo è ancora vergine. Quando il report è stato pubblicato per la prima volta, nel 2018, la quota era del 9,1%. L'ultima analisi dettagliata dei flussi di materiali, quella che ha prodotto il 6,9% (dati 2021), mostra però un dato controintuitivo: nello stesso periodo l'uso di materiali riciclati è cresciuto, passando da 7,1 a 7,3 miliardi di tonnellate. Il motivo del calo è semplice: il consumo complessivo di materiali è aumentato più velocemente del riciclo. L'estrazione globale ha superato i 100 miliardi di tonnellate l'anno e, senza un cambio di rotta, potrebbe crescere di un ulteriore 60% entro il 2060. La stessa analisi stima che, anche riciclando tutto ciò che oggi sarebbe riciclabile, la circolarità globale arriverebbe al massimo intorno al 25%. Lo stesso meccanismo vale per una singola azienda. Le tonnellate avviate a riciclo possono aumentare di anno in anno, ma se crescono di più gli acquisti di materia vergine e gli scarti prodotti, l'impresa sta diventando meno circolare, non di più. Per questo il numero assoluto non basta: conta il rapporto tra ciò che entra, ciò che si conserva e ciò che esce.

Il contesto europeo e italiano

In Europa la circolarità è entrata stabilmente nell'agenda politica con il Green Deal europeo, presentato a dicembre 2019. La sua caratteristica principale è la trasversalità: la transizione verde non riguarda un singolo settore, ma tiene insieme clima, energia, industria, mobilità e agricoltura, e considera l'economia circolare una condizione necessaria per raggiungere tutti gli altri obiettivi. A marzo 2020 il Piano d'azione per l'economia circolare ha tradotto questa visione in misure concrete e ha fissato un traguardo: raddoppiare entro il 2030 la quota di materiali riciclati utilizzati nell'economia europea. Il passo successivo è il Circular Economy Act, la legge quadro europea sull'economia circolare, la cui proposta da parte della Commissione è prevista nel corso del 2026. L'Italia si è mossa nella stessa direzione: la Missione 2 del PNRR, "Rivoluzione verde e transizione ecologica", dedica una componente all'economia circolare e nel 2022 è stata adottata la Strategia nazionale per l'economia circolare. Sul fronte del riciclo i risultati sono tra i migliori in Europa. Secondo Eurostat, nel 2024 il tasso di utilizzo circolare dei materiali in Italia ha raggiunto il 21,6%, contro una media UE del 12,2%: terzo posto dopo Paesi Bassi e Belgio. Si tratta di un indicatore calcolato con un metodo diverso da quello del Circularity Gap Report, quindi non confrontabile con il 6,9% globale. A livello europeo, però, il dato è cresciuto di appena un punto in dieci anni e l'obiettivo del raddoppio entro il 2030 resta lontano. C'è poi l'altra faccia della medaglia. L'Italia resta molto dipendente dall'estero: il 46,6% delle materie prime trasformate proviene da importazioni, contro una media UE del 22,4%, e tra il 2019 e il 2024 il costo delle importazioni di materiali è salito da circa 424 a circa 569 miliardi di euro. Per le imprese italiane la circolarità non è quindi solo un tema ambientale: significa anche ridurre l'esposizione a prezzi e forniture che non possono controllare. Il messaggio per un'impresa è chiaro: il riciclo è necessario, ma le leve più potenti stanno a monte. Nella scelta dei materiali in ingresso, nella progettazione, nella durata dei prodotti e degli impianti, nell'efficienza con cui si usano energia e acqua. Un'azienda che misura solo quanto ricicla osserva soltanto l'ultimo anello della catena.

Cos'è l'indice di circolarità (e quale serve alla tua azienda)

L'indice di circolarità è uno strumento che traduce in un valore numerico il grado di applicazione dei principi dell'economia circolare. Cercando online, però, si incontrano decine di indici diversi, e non misurano tutti la stessa cosa. Prima di partire è utile distinguere:

StrumentoRating di legalitàQuando è utile
Indici di prodotto (ad esempio il Material Circularity Indicator della Ellen MacArthur Foundation o il Nuovo Indice di Circolarità NCI)La circolarità di un singolo prodotto lungo il suo ciclo di vitaQuando vuoi valorizzare o comunicare un prodotto specifico
Indice di circolarità dell'organizzazione secondo UNI/TS 11820Il livello di circolarità dell'intera azienda: approvvigionamento, processi, rifiuti, logistica, persone, policyQuando vuoi una visione complessiva e una base per decisioni strategiche
ISO 59020 (standard internazionale)Le prestazioni di circolarità di un sistema economico definito, con indicatori obbligatori e facoltativi applicabili a più livelli: territorio, rete di organizzazioni, singola organizzazione, prodottoQuando serve un riferimento metodologico riconosciuto a livello internazionale, ad esempio per dialogare con partner esteri o gruppi multinazionali

Se la domanda di partenza è "quanto ricicla la mia azienda", lo strumento più adatto è l'indice secondo la UNI/TS 11820: misura l'organizzazione nel suo insieme, guarda a tutto ciò che sta prima dei rifiuti e restituisce un valore numerico verificabile da un ente terzo. La ISO 59020 offre invece il quadro di riferimento internazionale, utile soprattutto a chi lavora con interlocutori esteri.

Come si misura: la specifica tecnica UNI/TS 11820

La UNI/TS 11820 "Misurazione della circolarità - Metodi ed indicatori per la misurazione dei processi circolari nelle organizzazioni" è stata pubblicata da UNI nel novembre 2022 e aggiornata nel novembre 2024. La nuova edizione lascia alle imprese più flessibilità nella scelta degli indicatori e allinea le definizioni alla ISO 59004, lo standard internazionale di riferimento per l'economia circolare. In sintesi, la specifica prevede:

  • 6 aree: aree risorse umane, energetiche e idriche, rifiuti ed emissioni, logistica, prodotto-servizio e risorse umane
  • 71 indicatori quantitativi, qualitativi e quanti-qualitativi, raggruppati in sei categorie: risorse materiche e componenti; risorse energetiche e idriche; rifiuti ed emissioni; logistica; prodotto e servizio; risorse umane, asset, policy e sostenibilità.
  • Tre tipologie di indicatori: core (obbligatori), specifici (da compilare almeno per il 50%) e premianti (facoltativi). Il minimo da compilare è di 33 indicatori per chi produce beni e 27 per chi eroga servizi.
  • Un risultato espresso come Livello di Circolarità in percentuale, rispetto al massimo raggiungibile.

Proprio come il Circularity Gap Report a livello globale, anche la UNI/TS 11820 non si ferma ai rifiuti: guarda ai materiali in ingresso, all'energia, alla logistica, ai prodotti, agli asset e alle scelte organizzative. È questo che permette di evitare il paradosso visto sopra. C'è poi un aspetto che spesso viene trascurato: la specifica non prevede una soglia minima da superare. L'indice di circolarità non è un esame con promossi e bocciati, ma una misura del punto in cui si trova l'azienda. Ed è proprio questo a renderlo utile. Per un approfondimento tecnico su indicatori e aree di analisi puoi leggere il nostro articolo su come misurare la circolarità nelle imprese. Tre precisazioni utili: la misurazione secondo la UNI/TS 11820 è volontaria; si applica a organizzazioni di qualsiasi settore e dimensione, servizi compresi. Cosa ottiene concretamente la tua azienda Misurare la circolarità ha senso solo se il risultato serve a qualcosa. Ecco i benefici più concreti, in un contesto normativo e di mercato che negli ultimi mesi è cambiato parecchio.

1. Una fotografia oggettiva, al posto delle impressioni

Molte aziende fanno già economia circolare senza chiamarla così: riutilizzano scarti di lavorazione, scelgono imballaggi a rendere, ottimizzano i trasporti. Ma senza una misura strutturata queste azioni restano iniziative isolate, difficili da valutare e da raccontare. L'indice di circolarità mette ordine: dice cosa funziona, cosa manca e quanto pesa ogni area sul risultato complessivo.

2. Il valore che oggi si disperde diventa visibile

Il Value Gap è una stima globale e non va letto come la perdita di una singola impresa. Le aree in cui si genera, però, sono le stesse che ogni azienda conosce bene: scarti di lavorazione, energia dispersa, rifiuti a fine vita, impianti e macchinari che perdono valore prima del tempo. Ogni scarto, del resto, è materia che l'azienda ha pagato due volte: quando l'ha acquistata e quando la smaltisce. Gli indicatori della UNI/TS 11820 coprono proprio questi ambiti, dalle risorse materiche a quelle energetiche e idriche, dai rifiuti agli asset aziendali. Per questo l'indice di circolarità aiuta a capire dove si concentra il valore che oggi si disperde, trasformando un costo nascosto in un'area di intervento precisa. C'è anche un tema di resilienza. Una forte dipendenza da materie prime vergini espone l'impresa alle oscillazioni di prezzo e alle difficoltà di approvvigionamento, un problema che negli ultimi anni si è fatto sentire soprattutto per le materie prime critiche. Il Circularity Gap Report 2026 lo dice chiaramente: ridurre le perdite di valore significa anche rafforzare la resilienza economica.

3. Un dialogo più solido con banche e investitori

Le banche europee, sulla base degli orientamenti dell'Autorità bancaria europea (EBA), integrano sempre più i fattori ESG nella valutazione del merito creditizio, spesso attraverso questionari dedicati. Le linee guida per la compilazione dei questionari ESG del sistema bancario elaborate da Confindustria Veneto Est indicano proprio la UNI/TS 11820 come strumento per misurare l'adesione ai criteri di economia circolare. La direzione è confermata anche dal Circularity Gap Report 2026, che tra le raccomandazioni rivolte al mondo finanziario indica la valutazione dell'esposizione ai rischi legati alle risorse e lo spostamento dei capitali verso investimenti più efficienti nel loro uso. Presentarsi con un dato misurato, anziché con una dichiarazione di principio, rende il dialogo con la banca più semplice e più trasparente.

4. Comunicare la sostenibilità con i numeri, non con gli aggettivi

Dal 27 settembre 2026 sono applicabili in Italia le nuove regole contro il greenwashing introdotte dal D.Lgs. 30/2026, che recepisce la Direttiva UE 2024/825 e modifica il Codice del Consumo. Nelle comunicazioni rivolte ai consumatori non è più possibile usare asserzioni ambientali generiche come "green", "eco" o "sostenibile" senza elementi verificabili che le sostengano, e i marchi di sostenibilità devono basarsi su sistemi di certificazione o essere istituiti da autorità pubbliche. Anche chi lavora in ambito B2B percepisce lo stesso cambio di aspettative: clienti e partner chiedono prove, non promesse. Un indice di circolarità verificato da un ente terzo non è un'etichetta da esibire, ma fornisce dati specifici e documentati su cui costruire una comunicazione ambientale precisa e difendibile. Non a caso la UNI/TS 11820 stabilisce anche come il risultato va espresso. L'esito della misurazione prende la forma di una "asserzione di circolarità", una formula standard che riporta sempre cinque elementi: il nome dell'organizzazione, il perimetro valutato (ad esempio un singolo stabilimento o l'intera azienda), il codice ATECO, l'anno di riferimento e il livello di circolarità raggiunto in percentuale. Nessuno spazio, quindi, per formule vaghe o aggettivi. La correttezza dell'asserzione può essere valutata su tre livelli:

  1. di prima parte, cioè un'autovalutazione interna;
  2. di seconda parte, affidata a un soggetto esterno con cui l'azienda ha un rapporto diretto, come un fornitore qualificato;
  3. di terza parte, svolta da un organismo indipendente.

Chi vuole rendere pubblico il proprio risultato in modo credibile può scegliere quest'ultima strada, che resta volontaria: la verifica viene condotta da un organismo accreditato da Accredia, l'ente unico nazionale di accreditamento, secondo la norma UNI CEI EN ISO/IEC 17029 dedicata alla verifica e validazione delle asserzioni. Superata la verifica, l'azienda ottiene la relativa dichiarazione e può comunicare il proprio livello di circolarità a clienti, banche e partner, accompagnato dal Marchio UNI dedicato alle asserzioni verificate. C'è però una regola da conoscere prima di comunicare il dato. La specifica prevede che eventuali confronti tra i livelli di circolarità di organizzazioni diverse siano fatti solo tra imprese dello stesso settore, individuato dal codice ATECO almeno a livello di sezione e divisione, e con misurazioni riferite allo stesso anno. Un 60% ottenuto da un'azienda manifatturiera e un 60% ottenuto da un'azienda di servizi non dicono la stessa cosa. Per questo il confronto più utile resta quello dell'azienda con se stessa, anno dopo anno, e ogni paragone con i concorrenti va fatto solo all'interno del proprio codice ATECO.

5. Una direzione di miglioramento misurabile nel tempo

Il primo calcolo dell'indice diventa la linea di partenza. Da lì è possibile stabilire priorità, pianificare interventi e ripetere la misurazione per verificare i progressi, guardando al rapporto tra risorse utilizzate e risorse recuperate e non solo alle tonnellate avviate a riciclo. Le aree di miglioramento individuate possono tradursi in veri e propri progetti di investimento, per i quali conviene sempre verificare la disponibilità di agevolazioni dedicate alla transizione sostenibile.

Come funziona il percorso con Archita Engineering

Il nostro approccio parte dall'ascolto dell'azienda e si sviluppa in cinque fasi:

  1. Raccolta dati e intervista: analizziamo la documentazione disponibile e incontriamo i referenti aziendali per comprendere processi e contesto.
  2. Analisi secondo la UNI/TS 11820: valutiamo i temi di economia circolare all'interno della realtà aziendale, indicatore per indicatore.
  3. Calcolo del Livello di Circolarità: restituiamo un indice numerico che rappresenta la posizione dell'azienda.
  4. Opportunità di miglioramento: indichiamo le aree su cui intervenire per aumentare la circolarità nel tempo, in base alle priorità e alle risorse dell'impresa.
  5. Verifica e certificazione: un ente terzo verifica il corretto svolgimento dell'analisi e, in caso di esito positivo, emette il relativo certificato.

Prima di iniziare: i dati che probabilmente hai già

Per avviare la misurazione non serve partire da zero. Gran parte delle informazioni utili è già presente in azienda, magari distribuita tra uffici diversi:

  • dati sugli acquisti di materie prime, componenti e imballaggi, con la quota di materiale riciclato o recuperato quando è nota;
  • registro di carico e scarico dei rifiuti, formulari e dichiarazione MUD;
  • bollette e consumi di energia e acqua;
  • informazioni su trasporti e logistica;
  • dati su impianti e macchinari, come età, manutenzione e interventi di revisione;
  • policy aziendali, eventuali certificazioni ambientali (come la ISO 14001) e attività di formazione del personale.

Non è necessario che i dati siano già perfetti: l'intervista iniziale serve proprio a capire cosa c'è, cosa manca e come recuperarlo.

Scopriamo insieme quanto davvero ricicla la tua azienda Partiamo dai dati che hai già e costruiamo una misura chiara, verificabile e utile alle tue decisioni.

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